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Didattica

Subacquaticità ed autocontrollo nella formazione del sommozzatore
non est dilectio, sed rationalitas  (non è una scelta, ma razionalità) by Perna Michele

Quando una persona si avvicina alla subacquea, in genere è spinta dai  motivi più diversi; si può andare dalla semplice curiosità al pieno amore per il mare che si realizza solo potendone ammirare le bellezze, preferibilmente per più tempo e dove possibile a maggiore profondità, piuttosto che in una escursione con pinne, maschera e aeratore.
Un aspirante sommozzatore deve essere educato da allievo ad immergersi in acqua non come colonizzatore o semplice turista, ma con rispetto ed umiltà, integrandosi con l’ambiente ed in simbiosi con esso. Per questo motivo occorre essere addestrati alla subacquaticità, che è fondamentale per eseguire movimenti e gesti con naturalezza e spontaneità tali da adattarsi perfettamente all’ambiente senza creare danni o confusione intorno a se stessi.
Per far si che questo sia possibile, si istruiscono gli allievi facendo loro eseguire esercizi che racchiudono una serie di piccole componenti, che, a poco a poco si dimostrano una volta recepiti, essenziali per eseguire in maniera naturale e fluida un qualsiasi esercizio.
Quante volte mi sono sentito dire da amici e colleghi che insegnano in altre organizzazioni didattiche: “ A che serve fare questo o fare quello se lo scopo a prima vista è lo stesso?”.
La stessa domanda non me l’hanno mai posta i miei allievi semplicemente perché ad essi ho sempre dato una motivazione della componente gestuale prima ancora di fargli vedere e provare un esercizio più o meno complicato.
Tanto per fare un esempio cosa succede se ad un allievo neofita richiedi di eseguire un breve percorso in immersione a corpo libero? Probabilmente lo farà in cento modi differenti senza coordinazione dei movimenti con una sensazione di oppressione o di panico, mentre dare ad esso la motivazione del perché occorre eseguire determinati movimenti per effettuare il medesimo percorso, è un sistema per fargli constatare che quanto gli stai insegnando, è in realtà minor fatica e migliore resa. Unica lacuna: Per fare ciò occorre tempo e spazio, che purtroppo commercialmente non è conveniente per alcuni. Senza voler fare della retorica, e per rispondere alla precedente domanda postami appunto da amici e colleghi di altre Agenzie. Non è una questione di inutilità di uno specifico esercizio, ma di costi.
E’ importante precisare che la subacquaticità non deve essere confusa con l’assurda pretesa del movimento esasperato, oppure la maniacale pretesa di esecuzione perfetta, ma semplicemente la capacità di eseguire nel miglior modo possibile un movimento o una gestualità prima, durante e dopo un’immersione, e quindi, è la ricerca del miglior modo possibile per effettuare con minor fatica e maggiore resa un movimento. Questa ricerca non può essere generalizzata, ma adattata ad ogni allievo che stai seguendo nei tuoi corsi, facendogli comprendere l’importanza di quanto gli stai insegnando.
Ho trovato durante il mio percorso di formatore personaggi con grandi capacità natatorie che si annullavano completamente appena ponevano il capo sotto un metro di acqua, questi ragazzi sono stati i miei allievi più impegnativi, poiché pur possedendo grandi capacità acquatiche erano completamente privi di autocontrollo acquatico.
AUTOCONTROLLO ACQUATICO?
Proprio cosi, quello acquatico non è lo stesso autocontrollo soggettivo normalmente definito come la capacità di gestire desideri e pulsioni, per non pregiudicare il raggiungimento di un obiettivo. L’autocontrollo è necessario possederlo in immersione, per affrontare situazioni o problematiche che potrebbero innescarsi in qualsiasi momento, (dalle più banali alle più complicate), dall’affanno, alla gestione di una emergenza. Inoltre occorre allenare la mente del subacqueo facendogli eseguire come avviene fuori dall’acqua, ragionamenti che innescano adeguati comportamenti e movimenti in immersione.
Detta cosi è semplice, ma realizzarlo diventa una cosa differente.
Facciamo un esempio, forse il più banale, ma sicuramente rende bene l’idea. Una situazione di affanno in immersione, causata da un qualsiasi motivo che potrebbe essere presenza di corrente, incontro inaspettato, inesperienza ecc.. ecc.. Vediamo cosa in teoria potrebbe succedere. Il ritmo ventilatorio aumenta, si comincia a sentire una certe fame d’aria, più passa il tempo  più peggiora, l’aria respirata non basta più, l’affanno si trasforma in panico, e da li la disperazione per cercare di tornare in superficie………………..   manca quindi autocontrollo, e qui che la formazione  ricevuta durante i corsi deve emergere, e qui, che  la razionalità del cervello deve imporre al corpo una sequenza di movimenti e comportamenti che consentano di affrontare quella specifica situazione e risolverla con autocontrollo.  
Delle diverse didattiche che si impegnano nella formazione dei subacquei si sono dette tante cose, ed altre ancora se ne diranno. Ma se si considerano sempre negativamente le didattiche diverse dalla propria, non si aiutano i subacquei a scegliere uno sport meraviglioso partendo dall’unica considerazione degna di essere discussa: la sicurezza.
Noi abbiamo il nostro metodo, che si basa su una serie crescente di difficoltà mirate ad un obbiettivo finale che è quello della preparazione e dell’adattamento alle necessità dell’immersione (ed ai suoi possibili problemi). La ripetizione delle manovre e la corretta esecuzione degli esercizi, se appresa durante ore di piscina o di mare piacevolmente trascorse, restano come imprinting definitivo nel “DNA” di un subacqueo. Esercizi eseguiti offrendo spiegazioni continue sulle loro motivazioni, oltre ad essere più agevolmente compresi, divengono, nella condivisione del principio e concetto che li ha fatti nascere, uno strumento per il subacqueo ricreativo che desidera apprezzare il mare e goderlo nella sua bellezza, conscio di trovarsi in un altro elemento di cui: deve rispettare le regole.
Didattica che si traduce in una relazione continua con gli allievi.
Didattica che va insegnata attraverso il mezzo didattico per eccellenza: l’uomo.
Capace tecnicamente ma dotato di quella empatia che gli consente di confrontarsi con  gli altri guidandoli verso continui e progressivi successi che sfociano nell’acquisizione del brevetto.
Capace di far ripetere o adattare le prove fino alla corretta esecuzione, senza far perdere all’allievo la fiducia nelle sue potenzialità.
L’istruttore se è vero che ha maggiori conoscenze e maggiori responsabilità deve anche ricordare che:
non è mai arrivato alla fine del suo itinerario di apprendimento.
Chi si sognerebbe di volare senza aver fatto un corso specifico?In acqua vige la stessa regola: l’acquisizione di un brevetto d’immersione e di un’adeguata preparazione, è fondamentale.  
L’immersione subacquea richiede la conoscenza e l'applicazione di tecniche. Ogni subacqueo ha bisogno di acquisire queste capacità assieme ad un addestramento che gli consenta di prevedere e fronteggiare eventuali contrattempi.
Nessun subacqueo con responsabilità di conduzione di altri subacquei può ritenere adatte le proprie capacità se ha difficoltà a comprendere le regole fisiche che regolano l’attività di immersione o non abbia perfetta padronanza degli esercizi; che non sono mai delle “prove di abilità” ma sono riproduzioni, in ambiente controllato, di attività che ogni subacqueo dovrà prima o poi eseguire. Non basta però, conoscere perfettamente i contenuti delle discipline subacquee e saper agire correttamente, per poter insegnare bene. E’ necessario saper  riconoscere le motivazioni che conducono ad un corso di immersione, le paure e le tensioni emotive, il desiderio di misurarsi con il nuovo e la paura che il nuovo porta con se. Un buon formatore o istruttore incoraggia ad essere attivi, sostiene l'autoapprendimento, accetta il fatto che avere tempi diversi di risposta sia una cosa ammissibile, riconosce il diritto all'errore e tollera l'imperfezione, facilita la fiducia in se stessi, rispetta ed accetta le diversità, pone attenzione all’autovalutazione da parte dell'allievo. Non lascia cadere gli argomenti, considera le difficoltà degli altri, mette a frutto sia i successi che gli insuccessi e, se necessario, mette in discussione il proprio comportamento. L'Istruttore, in ultimo,  deve sapersi adattare alle diverse situazioni organizzative e logistiche che richiedono flessibilità e adattamento per essere affrontate.
Proprio come un nuotatore deve imparare a nuotare, nuotando, così un’insegnante deve imparare ad insegnare, insegnando. E’ frequente il caso dell’insegnante che ha esercitato l’insegnamento per trent’anni e che non ha avuto trent’anni di esperienza, ma un solo anno di esperienza ripetuto per trenta volte. E’ facile cadere nella routine : cioè insegnare esattamente lo stesso programma e la stessa progressione, facendo quindi gli stessi errori tutti gli anni. Non ci dobbiamo dimenticare, infatti,  che stiamo insegnando a persone diverse.
L’istruttore e l’allievo non devono unicamente sapere cosa fare e perché farlo in un determinato modo, devono anche sapere cosa non devono fare e perché si devono evitare certi difetti stilistici. La conoscenza della tecnica deve pertanto essere fondata su taluni principi meccanici e dinamici che si riferiscono direttamente alla subacquea


 
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