Ma quanto sei preparato? - Cnas - Centro Nazionale Addestramento Subacquei

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Ma quanto sei preparato?                                                              By Michele Perna


Mi guardo intorno e senza nascondere anche la perplessità, mi viene da sorridere quando guardando certi personaggi che da poco, se non addirittura da ieri, hanno imparato ad immergersi, ed oggi si ritengono subacquei tecnici, perché qualcuno ha pensato di certificargli un “brevetto” dopo aver constatato qualche requisito di effettive capacità, ignorando le lacune tecniche e pratiche, ma, in compenso la certezza che il neo brevettato fosse in possesso di un completo equipaggiamento di configurazione.
I soggetti in questione a questo punto, si auto convincono delle loro “straordinarie”capacità, e perfezionano ulteriormente abbigliamento ed attrezzature, con l’immenso gaudio di chi gliele fornisce e vende.
Mi viene spontaneo pensare al senso ed all’utilità in concreto di certe immersioni, ma soprattutto di quelle nelle quali è previsto l’impiego di Mix specifici, e di attrezzature dedicate.

Ma questi signori cosa cercano? Cosa Fanno? E soprattutto: perché lo fanno?
Lasciando da parte la retorica, provo ad immaginare le risposte.

Ambito ricreativo
In termini di numeri e statistiche, tutte quelle varianti apportate a standard di immersione mirati all’esplorazione ed al divertimento, non hanno alcun senso in relazione a quelle che sono le dispersioni di energia e di denaro, facendo un confronto serio su quelli che effettivamente potrebbero essere i vantaggi reali e concreti. Uniche eccezioni sono le esplorazioni in grotta, ed in penetrazione nei relitti, ma tutto il resto è solamente autolesionismo, semplicemente perché, è cercare a tutti i costi di farsi del male.

Ambito professionale
Diverso è l’aspetto che va oltre il ricreativo, perché si parla di lavoro, o ricerca finalizzata ad uno scopo ben preciso. In questo caso, le tecniche avanzate di immersione, l’utilizzo di strumenti idonei, e di mix adeguati, sono importanti e fondamentali per quanto riguarda il raggiungimento dell’obbiettivo, e contemporaneamente per accrescere la sicurezza in immersione.

Oggi le Aziende che producono o commercializzano attrezzature, hanno compreso che basta anteporre ad un prodotto l’aggettivo Tecnico, perché all’improvviso, si trasformi in un attrezzo miracoloso ed indispensabile, e più costa, e più diventa essenziale e tecnologico.
Non sono ancora troppo vecchio per aver dimenticato che andavo a 100 metri quando ancora questi giovanotti tecnologici si facevano la popò addosso, e gli amici e maestri corallari e mi avevano insegnato a chiamare ternaria ciò che oggi le mode di origine anglosassone hanno denominato trimix. Utilizzavamo in pochissimi un apparato di respirazione chiamato ARM che utilizzava il nitrox quando ancora la maggior parte della gente non sapeva neppure cosa significasse la parola stessa, ma ARM era un acronimo anonimo e brutto, e poi era uno strumento “militare”, quindi era improponibile. Pur se completamente rivisto e riprogettato, oggi si chiama rebreather, ed allora è figo e tecnologico.
Vado sott’acqua da 43 anni ed insegno da oltre trent’anni in ambiente ricreativo e professionale, e mi diverto ancora nonostante tutto. Se il mio allievo cliente non mi dimostra in acqua che ha le caratteristiche necessarie, io non lo porto in acqua libera, gli restituisco i soldi, e cordialmente lo saluto. Ho la “fortuna” di non aver mai visto un mio allievo o cliente coinvolto in un qualsiasi incidente. E la mia “fortuna” è legata al fatto che gli argomenti riguardanti la teoria non sono solamente dati trasmessi, ma adattamento delle nozioni affinché siano comprese e recepite perfettamente sia da colui che ha una buona base culturale, sia da colui che di cultura ne ha ben poca. La preparazione acquatica e sub acquatica è mirata non solamente al perfetto movimento di esecuzione, ma cosa ancora più importante: la ricerca dell’autocontrollo psico fisico.
Per trent’anni sono stato all’interno di una organizzazione didattica nella quale mi identificavo come subacqueo e come istruttore, poi, purtroppo a mio parere, in quella organizzazione è cambiato qualcosa, ed io non ero più ciò che realmente mi sentivo di essere. Ne sono uscito lasciando tanti cari amici con il cuore gonfio di tristezza, ma senza rimpianti. Ho cercato di propormi con ciò che sentivo parte del mio essere subacqueo. Ho avuto e continuo ad avere il massimo rispetto di tutte le organizzazioni che si occupano di insegnare subacquea tecnica e ricreativa, ma in esse, fino ad oggi io non mi riconosco. Sarà forse perché a me piace tutto quello che è legato alle tradizioni storiche della subacquea italiana tanto per intenderci, quella di Marcante, Ferraro, Bucher, della Marina Militare Italiana, dei Vigili del Fuoco, dei Carabinieri Subacquei, mi perdonino coloro che non cito, perché sono tanti. Oppure sarà perché il bacino Mediterraneo è differente dagli altri mari, o forse perché ho ancora tantissima passione nel trasmettere ad altri le mie esperienze. Tutto questo senza dimenticare che l’evoluzione della tecnica d’immersione progredisce sempre di più in termini di studi e ricerche scientifiche, ma solamente se si parla di cose serie e concrete, quando invece si cerca di vendere retorica o quant’altro allora torno a sorridere, perché non vale la pena arrabbiarsi per aspetti che celandosi dietro una copertura scientifica, hanno come scopo una strategia di mercato che mira in un primo momento ad incuriosire i meno esperti o coloro che ritengono di essere i più competenti, e successivamente proporre con un piano di vendita studiato ad arte un nuovo articolo, un nuovo corso, una nuova specializzazione. Ma se vai ad osservare con attenzione la gran massa dei subacquei noterai che pur se equipaggiati di tutto punto, o brevettati ad alti livelli, non sanno perfettamente cosa stanno facendo, e cosa stanno impiegando nel senso che, spesso non ne conoscono le caratteristiche ed i principi di funzionamento. Sia ben chiaro che non è ignoranza dell’individuo, ma bensì lacuna derivante dal fatto che l’addestratore in molti casi non ha fornito tutti gli elementi per comporre il quadro reale della subacquea. Non voglio essere frainteso, e quindi occorre precisare anche che la colpa non è delle varie didattiche, perche esse prevedono delle procedure minime di apprendimento nel pieno rispetto della sicurezza, ma è probabile che sia merito di qualche formatore a volte privo di scrupoli, che si limita a leggere le righe contenute all’interno di un manuale senza offrire i chiarimenti necessari o qualche cosa di più al suo “allievo”, come ad esempio l’approfondimento, la passione e l’umiltà.
Non parliamo poi di addestramento e di immersioni con l’impiego di miscele differenti dall’aria, dove sono previste bombole da viaggio, di fondo, decompressiva, ossigeno ecc.. ecc.. . per scendere a …….? Non polemizzo sull’impiego delle miscele in immersione a livello ricreativo, perché ognuno ha la sua convinzione e difficilmente si cambia idea se si è convinti di aver ragione, e non discuto sulle configurazioni delle attrezzature perché anche in questo caso vale quanto detto precedentemente, discuto invece sul fatto che dare eccessiva importanza al tecnico, è sicuramente un aspetto legato più alla tendenza del momento che alla reale necessità di affrontare certe esperienze. Forse sono io che guardando con occhi critici i comportamenti e le gestualità dei compagni d’immersione che conosco o che occasionalmente incontro, riesco a scorgere aspetti che a volte sfuggono a chi di esperienza non ne ha accumulata abbastanza. Quante volte ci siamo immersi con personaggi che ci guardavano con aria di sufficienza prima dell’immersione mentre si preparavano le attrezzature tecniche, e noi “semplici” subacquei in incognito, ci dividevamo in due schiere, la prima non faceva caso ai tecnologici, e pensava di trascorrere con serenità e divertimento la giornata, e la seconda guardava con curiosità ed interesse gli stessi. Poi, eccoci in mare, e cominciamo a notare che se su un gruppo di 12 subacquei sono presenti sei “tradizionali” e sei “tecnologici”, cominciamo a vedere che: i primi sei entrano in acqua e via, mentre per gli altri sei,  a uno gli viene l’affanno già prima di completare la vestizione, il secondo soffre di mal di mare e non si immerge, il terzo appena si tuffa in acqua perde il contatto con la barca ed occorre andarlo a ripescare anche se la corrente era appena  percettibile, il quarto ce la fa, scende, esegue un’immersione applicando tutte le conoscenze e le tecniche apprese, e poi, in decompressione comincia a complicarsi la vita, ed occorre andare a slegarlo dai suoi stessi erogatori lunghi due metri e km di cima del cazzillo aggrovigliato, ed ecco che il subacqueo tecnologico si è trasformato in un salamino tecnologico, non parliamo poi di decompressione in libera, perché allora diventa veramente un casino. Gli altri due ce la fanno, ma è gente che è stata addestrata in maniera corretta ed adeguata, e quindi non fanno testo. Non parliamo poi dei tempi che occorre aspettare perché il tecnologico possa riemergere in quasi assoluta sicurezza ( e magari ha fatto un’immersione a 50/60 metri con gli stessi tempi ed esposizioni dei poveri subnormali).
Non è più il piacere di immergersi, ma è lo sfoggio di materiali ed attrezzature. Non è una questione di sicurezza in immersione, ma è solamente voglia di esibizionismo quattro volte su sei mal riuscito.
Tutti dovrebbero praticare l’attività subacquea, ma, certe immersioni dovrebbero essere riservate solamente a coloro che possono dimostrare i seguenti requisiti:
Acquaticità e subacquaticità, autocontrollo, perfetta conoscenza delle attrezzature e loro impiego ottimale, perfetta conoscenza delle regole dell’immersione specifica, altruismo, Umiltà.
Tutto questo purtroppo non è alla portata di tutti perché la subacquea è diventata un business che deve coinvolgere anche i più inadatti a questo genere di immersioni. Mi dispiace, perché nel mio modo di vedere l’attività è a pieno titolo una disciplina, e come tale, occorre amarla e seguirla, accettarne le regole, e conoscere i propri limiti e capacità.  


 
 
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